Social media e benessere psicologico
- dott.ssa Jennifer Dosio
- 13 ore fa
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I social media fanno parte della nostra vita di tutti i giorni: li utilizziamo per informarci, raccontarci, sentirci connessi. Eppure, molte persone riportano un senso di stanchezza emotiva, vuoto e smarrimento dopo averli utilizzati. Dal punto di vista psicologico questo fenomeno merita uno sguardo attento.
Jung parlava di Persona come della “maschera” che indossiamo nel mondo sociale: una parte necessaria, che ci permette di adattarci e comunicare. Sappiamo però che questa maschera deve essere equilibrata, perché se prende il sopravvento rischiamo di perdere il radicamento nella nostra autenticità. I social media amplificano enormemente questa dimensione: profili curati, immagini selezionate, narrazioni di sé spesso idealizzate possono rinforzare un’identificazione eccessiva con la Persona, a scapito del contatto con il Sé autentico.
Inoltre il confronto continuo con le vite altrui — apparentemente più felici, più riuscite, più “complete” — può attivare sentimenti di inadeguatezza e frustrazione. In termini junghiani, ciò che vediamo negli altri può risvegliare contenuti della nostra Ombra: desideri non riconosciuti, parti di noi negate o svalutate. Quando questi aspetti restano inconsci, il rischio è quello di vivere i social come una fonte di giudizio e autocritica, anziché come uno spazio di relazione.
Allo stesso tempo, i social media non sono solo un luogo di alienazione: possono diventare anche uno spazio simbolico, in cui esplorare interessi, immagini, narrazioni che risuonano con il nostro mondo interno. La chiave sta nella consapevolezza: chiedersi “Chi sto mostrando?”, “Come mi sento dopo aver navigato?”, “Sto usando questo strumento o ne sono usato?”.
Dal punto di vista del benessere psicologico, è utile coltivare un rapporto più intenzionale con i social: fare pause, ascoltare i vissuti che emergono, recuperare spazi di silenzio e interiorità, coltivare il dialogo con il mondo interno.
In definitiva, i social media non sono “buoni” o “cattivi” in sé. Possono diventare una prigione della Persona oppure un’occasione di riflessione e conoscenza di sé. Come ogni strumento potente richiedono presenza, limiti e — soprattutto — un contatto vivo con ciò che siamo, oltre l’immagine.
dott.ssa Jennifer Dosio, psicologa e psicoterapeuta a Caselle torinese e online




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